Che genere di città? (2)_Il documento

Nella prima assemblea pubblica #chegeneredicittà, a pochi giorni dallo sgombero di Atlantide, di via Solferino e dell’ex Telecom, realtà diverse fra loro come centri sociali, associazioni lgbt e femministe, reti di piccoli produttori agricoli e molte singole attiviste e attivisti hanno condiviso una prima analisi di quello che sta succedendo a Bologna, aspirante capitale degli sgomberi.

Nonostante la diversità delle esperienze coinvolte, in termini di aree di interesse e intervento, di modelli organizzativi e decisionali, di statuto giuridico, di grado di istituzionalizzazione e di rapporto con la “legalità”, siamo partite dalla constatazione condivisa che lo spazio per una mediazione sociale fra movimenti e istituzioni sembra essersi quasi completamente dissolto. I sindacati, i partiti, gli enti locali, che un tempo si incaricavano di questa mediazione, si sono dissolti o sottratti a questo ruolo, così che ai bisogni sociali, alle lotte, alla conflittualità e alla critica espressa dalla politica non istituzionale viene opposta ormai solo la formalità della legge e la brutalità delle forze dell’ordine e dei provvedimenti giudiziari.

Abbiamo denunciato i limiti e le storture delle forme messe in campo dall’amministrazione comunale per rapportarsi con la capacità di agire di una molteplicità di soggetti collettivi: i bandi usati come arma di ricatto, i patti di collaborazione che riproducono logiche clientelari, la sussidiarità come scorciatoia per abbattere i costi del welfare. E’ evidente quindi che la questione, prima che “quale forma giuridica”, è “quale mediazione sociale”, quale spazio, quale orizzonte per la relazione fra iniziativa politica dal basso e istituzioni.

Nel frattempo, il Comune di Bologna ha messo in piedi un’imponente operazione di comunicazione che tende a confondere le acque su cosa si  debba intendere per “iniziativa dal basso”, con l’effetto di screditare e relegare al rango di delinquenti o di “presuntuosi che non vogliono stare alle regole del gioco” le esperienze di reale autogestione.

Peccato che le regole del gioco siano state decise unilateralmente dal Comune, e che la collaborazione di cui le istituzioni si riempiono la bocca sia tutt’altro che un rapporto orizzontale e partecipativo.

“Collaborare è Bologna” plaude alla “cittadinanza attiva” e premia l’iniziativa “dal basso” dei cittadini assegnando spazi da “rigenerare” o semplicemente erogando riconoscimento attraverso incarichi ufficiali, ma non retribuiti, per svolgere compiti che un tempo avrebbero svolto i dipendenti comunali. L’iniziativa di quali cittadini e per fare cosa? Il tutto si potrebbe riassumere in “Cittadinanza attiva, ma non troppo”: perchè va bene se i cittadini di auto-organizzano per pulire le scritte dai muri, fare la manutenzione delle aree verdi, custodire i parchi pubblici o raccogliere generi alimentari per rifornire le Case Zanardi. Meglio ancora se si auto-organizzano per fare impresa sotto le mentite spoglie della promozione sociale in modo che, attraverso posti di lavoro iperprecari e retribuiti meno di 5 euro l’ora, vengano rigenerati i vari spazi di proprietà comunale in stato di abbandono: perchè senza costi da sostenere il Comune riesce a fare marketing anche su questo.
Ma cosa succede se i cittadini si auto-organizzano per chiedere perchè i poveri sono poveri, per aggredire le cause della povertà e non solo per alleviarne gli effetti, per creare spazi di socialità autogestita in disaccordo con la cultura dominante? In questo caso la risposta è fatta di repressione, criminalizzazione, sgomberi, come esemplifica bene la più recente vicenda dello sgombero di via Agucchi.

prova banner2La forma privilegiata per rapportarsi alla cittadinanza-attiva-ma-non-troppo è quella del progetto, che si inserisce in una “governance multilivello”, dove l’apporto del “privato sociale” è un elemento tecnico inserito nelle politiche dell’apparato: un meccanismo che annulla la soggettività politica e l’autonomia dei gruppi, autorizzati e tenuti a fare solo quello che è stato progettato e non quello che di volta in volta, come soggetti politici, ritengono di dover fare per perseguire i propri obiettivi associativi.
Non è un caso che l’antecedente storico di queste forme partecipative siano stati, proprio a Bologna negli anni ’90, i progetti “di genere” sulle “città sicure” (versione “moderata” delle ronde leghiste e della tolleranza zero del sindaco di New York Giuliani), diventati a loro volta modello per l’attuale piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere: con il rischio, segnalato da Lea Melandri, che “i centri antiviolenza e tutto il patrimonio di sapere e di pratiche prodotto dal movimento delle donne” vadano incontro a una “macchinosa integrazione istituzionale e burocratica”.

Questa logica della collaborazione “verticale” e fintamente orizzontale si basa, evidentemente, solo sui “valori” del soggetto che sta in alto, in questo caso l’amministrazione e il suo progetto di governance cittadina: in questo modo, stabilisce delle gerarchie fra di noi, per cui chi pulisce i muri è meglio di chi fa il mercatino o l’asilo nido autogestito, che a sua volta è comunque più presentabile di chi gira travestita con i tacchi e il boa fuxia o di chi cresce i propri figli in una casa occupata (non avendo, peraltro, molta altra scelta).

Nella cornice securitaria già da tempo al centro della scena politica cittadina, anzi della “percezione di sicurezza da parte dei cittadini”, sono inclusi criteri apparentemente estetici e innocui come il “decoro”, la pulizia, la “bellezza” della città. Attraverso di essi, in realtà, si vuole invisibilizzare e criminalizzare la povertà (ad esempio le baracche dei senza tetto, o anche solo l’abitudine di bere in strada invece che nei wine bar) e/o il dissenso (le scritte sui muri, i punx e le froce sui gradini di Atlantide). E putroppo, partecipare alla criminalizzazione della povertà e all’impresa di ripulire la città è una facile scorciatoia, per “i cittadini”, per esorcizzare la paura di diventare brutti, sporchi, poveri e impresentabili a propria volta. In questo modo si produce una sorveglianza diffusa e una sorta di autogentrificazione a costo zero, in  una visione totalmente neoliberale di città-vetrina da promuovere sul mercato internazionale.

Ad essere messe sotto ricatto da tutto questo non sono solo i centri sociali ma anche tutte quelle associazioni e gruppi informali che non vogliono mettere il proprio sincero impegno politico, sociale e culturale nelle mani del miglior offerente, adattandolo camaleonticamente a questo o quel bando e mettendo la propria libertà di espressione e di azione sotto la Spada di Damocle del rinnovo della convenzione. In particolare quelle associazioni che si occupano dei diritti e del benessere di cosidette “minoranze” o “differenze” – gay, lesbiche, trans, donne, migranti, rom – che in tempi di austerity o di conflitti interni di partito, si sa, sono le prime ad essere sacrificate.

Certamente in questi anni abbiamo accumulato saperi strategici per navigare queste acque limacciose e garantirci la sopravvivenza, che sia sotto forma di uno spazio da autogestire o di un finanziamento per portare avanti un progetto.
Tuttavia, partendo anche solo dalla constatazione della crescente inefficacia di queste tattiche, vorremo attivare un percorso critico che disattivi ogni forma di competizione tra soggetti collettivi – così come vorrebbe la logica dei bandi e della gerarchia dei bisogni – e qualsiasi cooptazione in un modello di governance che non intendiamo sostenere – così come la collaborazione addomesticata vorrebbe imporre.

Vogliamo rimettere al centro il diritto alla città al di fuori delle logiche di marketing, di gentrificazione e di valorizzazione economica, al di fuori della dicotomia tra cittadini “regolari” ed “irregolari”, vogliamo parlare non di progetti da presentare a bilancio, ma della progettualità di tutte le soggettività auto-organizzate ed indipendenti. Vogliamo parlare di visioni alternative e perchè no, antagoniste, di città, del modo di viverla e di viverci per poter rafforzare gli spazi politici esistenti e crearne di nuovi, per uscire dal ricatto della collaborazione dettata comunque da chi è al potere.

Di fronte a tutto questo, è ora di pensare e organizzare una risposta per potenziare la ricchezza sociale quotidianamente espressa dalle diverse esperienze di progettualità dal basso.
Ri-incontramoci il 15 dicembre alle ore 20.30 presso il Centro di Documentazione delle Donne, in via del piombo 5, Bologna.

Le Atlantidee

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